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SANREMO 2021: CONCLUSIONE DI UNA EDIZIONE UNICA

(R.P.) –Eccoci alla fine di una settimana incredibile vissuta h24 tra musica e conferenze stampa.
Un’ultima serata quella della 71esima edizione del Festival di Sanremo che porta con se grandi gioie e polemiche ignoranti e pressoché inutili, ma andiamo con ordine.
Questa edizione del Festival passerà alla storia per diversi motivi: primo tra tutti il periodo storico che stiamo vivendo e che ci accompagna ormai da più di un anno, successivamente per l’assenza del pubblico in sala e per la (ri)vincita del rock su un palco tradizionalista come quello dell’Ariston.
I Maneskin «zitti e buoni» grazie al televoto e alla sala stampa hanno vinto quest’edizione del Festival portandosi a casa una meritata, meritatissima vittoria. Sanremo non è più il classico festival e ormai da anni assistiamo a piccole rivoluzioni sociali e musicali. Quindi sì, il fatto che una canzone rock sia riuscita a vincere il Festival della Canzone Italiana è una piccola rivoluzione e poi non dimentichiamoci che il vincitore di Sanremo rappresenterà il Paese all’Eurovision Song Contest (quest’anno farà tappa a Rotterdam e siamo sicuri che anche San Marino voterà Italia).
Al secondo posto Francesca Michielin e Fedez con «Chiamami per nome» arrivano secondi, scalando ben sedici posizioni. Ovviamente non sono mancate le polemiche, in fin dei conti a noi italiani piace sempre riempirci la bocca con polemiche. Ecco quindi che si urla al complotto, al “piano Ferragni” e chi più ne ha più ne metta. Io personalmente non ci vedo nulla di sbagliato, Chiara Ferragni è la moglie di Fedez ed è giusto che abbiamo usato il suo endorsement (riempiamoci la bocca con parole inglesi) verso il marito. Inoltre dietro ogni cantante c’è un management e un ufficio stampa e molto della vita di un artista lo fanno anche loro e dietro al podio di questo Sanremo ci sono dietro due grandi grandissimi uffici stampa tutti rosa. La canzone è prima in diverse classifiche già dal primo giorno quindi tutti zitti e buoni e vivete serenamente. Con il premio “Giancarlo Bigazzi” troviamo al terzo posto, dopo aver resistito sin dalla prima serata in testa alla classifica, Ermal Meta con «Un milione di cose da dirti» una canzone con sicuramente meno forza rispetto a «Vietato Morire» o «Lettera a mio padre», «Non mi avete fatto niente» e «Piccola anima», ma Ermal non ne sbaglia una e un terzo posto incide poco o nulla sul grande artista che è.
Seguono nella classifica: Colapesce e Di Martino con «Musica leggerissima», Irama con «La genesi del tuo colore» e Willie Peyote con «Mai dire mai» che poteva evitarsi il commento infelice e poco ragionato sulla scelta di Ermal Meta di interpretare Caruso durante la serata dedicata alle cover.
Una classifica giusta per come si sono esibiti i cantati e per le canzoni proposte, purtroppo l’ansia e la voglia di fare e dimostrare può giocare brutti scherzi, ma sono scura che chi merita, chi ci mette il cuore e la passione arriverà lontano (Fulminacci, Fasma e Aiello solo per citarne alcuni) l’unica che meritava decisamente e sinceramente più di un ottavo posto era Madame.
Veniamo all’ultimo quadro di Achille Lauro terminato con il corpo che sanguina trafitto da rose rosse mentre in sottofondo riecheggiano gli insulti degli hater (tra i quali troviamo Maurizio Gasparri e Salvini sui quali non mi pronuncio nemmeno) “Achille Lauro fai schifo, Achille Lauro sei una vergogna. Dovrebbe stare in galera”. Esibizione questa che non voleva sconvolgere o scandalizzare ma “semplicemente” far riflettere sul fatto che le offese sui social feriscono come, se non di più, di un insulto detto dritto in faccia.
Premio della critica “Mia Martini” assegnato a Willie Peyote. La sala stampa assegna il premio “Lucio Dalla” per la migliore canzone in gara a Colapesce e Di Martino, mentre il premio “Sergio Bardotti” è andato a Madame.

Che dire io mi sono svegliata stamattina felice, anzi felicissima per questo podio sia per le canzoni sia per i personaggi. Un podio che racchiude le mie diverse personalità. Un podio che urla alla musica anni 2000, al rock e alla voglia di realtà e di verità.
Mettiamo da parte le polemiche, gratuite e inutili, sul Festival di Sanremo, sulle modalità di voto e sui voti stessi, sui cantanti, sui fiori alle donne e agli uomini, sui monologhi, sui presentatori e sulle esibizioni. Mettiamo da parte la polemica nazional popolare del “Sanremo quest’anno non andava fatto perché siamo in crisi, perché si spende troppo, perché sì e perché no…”. I programmi tv vanno in onda tranquillamente con il pubblico, i reality si fanno e le partite di calcio si giocano e nessuno di questi porta serenità e spensieratezza come Sanremo. Sono di parte? Sì e ne sono orgoglia. Sanremo quest’anno non poteva e non doveva saltare. È parte del patrimonio italiano. Sanremo per una settimana mi/ci ha regalato risate, riflessioni ed emozioni. Per una settimana, se possibile, ci siamo quasi dimenticati della terza ondata.
Basti pensare che senza Festival alcuni artisti difficilmente avrebbero avuto la possibilità di farsi conoscere dal grande pubblico, ma soprattutto noi pubblico non avremmo avuto modo di vedere un lato di Orietta Berti così esilarante in fondo in una settimana ne ha combinate di tutti colori, dimostrando di sapersi rimboccare le maniche dopo aver allagato la sua stanza d’hotel e di saper chiedere scusa se commette un errore.

“Dio benedica chi è. Dio benedica chi gode.
Dio benedica gli incompresi. Dio benedica chi se ne frega.
Dio benedica solo noi esseri umani”

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